Ecologia http://www.coscienzeinrete.net Sat, 23 Sep 2017 00:11:08 +0000 Joomla! - Open Source Content Management it-it GRECIA: LE MERAVIGLIOSE SPIAGGE DI SALAMINA INVASE DAL PETROLIO. E' DISASTRO AMBIENTALE http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3036-grecia-le-meravigliose-spiagge-di-salamina-invase-dal-petrolio-e-disastro-ambientale http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3036-grecia-le-meravigliose-spiagge-di-salamina-invase-dal-petrolio-e-disastro-ambientale

Fuoriuscita di petrolio in mare in Grecia, davanti alle coste di Salamina. Il disastro ambientale è dovuto all'affondamento di una petroliera, la Aghia Zoni II avvenuto lo scorso sabato al largo dell'isola di Salamina.

La costa che si estende da Kinosoura alla comunità di Selinia è "diventata nera" e le autorità temono altre perdite dalla nave affondata. Molte spiagge che si affacciano nel Golfo Saronico sono state vietate ai bagnanti per scongiurare rischi per la salute pubblica.

La vecchia petroliera, dopo 45 anni di lavoro, ha sversato petrolio in mare destando grande preoccupazione visto che trasportava 2200 tonnellate di olio combustibile e 370 tonnellate di gasolio.

di Francesca Mancuso

salamina3

Secondo il sindaco dell'isola, Isidora Papathanasiou si tratta di un enorme disastro ambientale e finanziario: “Tutta la costa orientale dell'isola è coperta di greggio. L'odore è intenso”.

L'Aghia Zoni II ha imbarcato acqua mentre si trovava ancorata ed è affondata alle 14.45 di sabato. Le due persone a bordo sono state salvate da una nave che si trovava nelle vicinanze e sono state portate a riva, per poi essere soccorse all'ospedale Tzaneio del Pireo.

E quella che era stato considerata una fuoriuscita contenuta si è rivelata un disastroambientale dopo che il petrolio si è spostato verso le zone costiere residenziali.

Salamina4

Non sono mancate le polemiche. La fuoriuscita è stata sottovalutata, lo sversamento era più grave di quanto stimato e di conseguenza anche le operazioni di pulizia sono state minimizzate. Ad aggravare la situazione anche le correntimarine,che hanno spinto a riva il petrolio. Ci vorranno ben più dei 20 giorni inizialmente stimati per ripulire tutto. Le operazioni di pulizia dureranno circa 4 mesi. Nel sobborgo di Atene di Glyfada, dove sono state create delle dighe galleggianti per frenare la fuoriuscita, il sindaco Giorgos Papanikolaou ha dichiarato che sono state rimosse 28 tonnellate di carburante da una sola spiaggia.

Le immagini delle tartarughe e degli uccellimorti dicono tutto. Ci vorranno anni prima che l'area interessata sia completamente recuperata. A Salamína, il centro più colpito dal disastro, le imprese costiere sono state costrette a chiudere.

{youtube}mWQbVKGSIxg{/youtube}

Secondo le associazioni ambientaliste greche il disastro ha evidenziato i pericoli che sottendono alla sfruttamento petrolifero della Grecia “Se le autorità non riescono a gestire un incidente relativamente controllato al di fuori del porto più grande del paese, è difficile immaginare cosa accadrebbe con un incidente più grave su una piattaforma petrolifera”, ha detto Karavellas.

Fonte: https://www.greenme.it/informarsi/ambiente/25053-salamina-sversamento-petrolio

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Sat, 16 Sep 2017 10:38:49 +0000
Bloccata la stagione di caccia in Abruzzo, il TAR accoglie il ricorso del WWF http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3033-bloccata-la-stagione-di-caccia-in-abruzzo-il-tar-accoglie-il-ricorso-del-wwf http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3033-bloccata-la-stagione-di-caccia-in-abruzzo-il-tar-accoglie-il-ricorso-del-wwf

Ennesima conferma del fallimento della politica regionale sulla tutela della fauna selvatica abruzzese: cambiano le maggioranze ma continuano le scelte errate

Su ricorso del WWF Italia, il Presidente del TAR Abruzzo ha disposto l’annullamento della delibera n. 515 del 02/08/16 della Giunta regionale che approvava il calendario venatorio del 2016-2017.

cacciatori abruzzo

I giudici hanno ritenuto che il calendario venatorio varato dalla Giunta D’Alfonso sia da sospendere in quanto sussistono condizioni di estrema gravita e urgenza tali da non consentire l’avvio della stagione di caccia almeno per le date previste per il mese di settembre, fino all’esame collegiale del ricorso che è stato fissato per il 28 prossimo.

In attesa della trattazione in giudizio, il TAR ha ritenuto di accogliere la richiesta di misure cautelari monocratiche, avanzata dal WWF, per impedire il verificarsi di effetti irreversibili sulla fauna a seguito dell’apertura.

Dichiara Luciano Di Tizio, delegato regionale del WWF Abruzzo: “Abbiamo dato la possibilità alla Giunta D’Alfonso-Pepe di lavorare serenamente nei primi due anni dopo l’insediamento in Regione, con la speranza di vedere finalmente realizzati i doverosi compiti di un pubblico amministratore che deve occuparsi di tutela e gestione della fauna selvatica nell’interesse collettivo e non soltanto a favore della minoranza dei cacciatori: la fauna selvatica è un patrimonio collettivo e non un trastullo per pochi. Purtroppo questo salto di qualità non è avvenuto.

I politici di oggi stanno dimostrando lo stesso spregio del nostro patrimonio ambientale già palesato da quelli di ieri. Eppure il WWF, prima che il calendario venatorio fosse approvato, aveva sottoposto all’attenzione della Regione Abruzzo alcuni punti di modifica che avrebbero potuto ridurre l’impatto ambientale della caccia semplicemente riconducendo il calendario nei limiti imposti dalla normativa e dal parere ISPRA! Ma nessuno di essi è stato davvero preso in considerazione e l’Associazione ambientalista è stata costretta, ancora una volta, a ricorrere ai giudici amministrativi per far valere le ragioni della fauna e dell’ambiente”.

Aggiunge l’avvocato Michele Pezone, che ha curato il ricorso per il WWF Italia: "Non posso che esprimere grande soddisfazione per questo provvedimento che ancora una volta pone il TAR de L'Aquila in una posizione di avanguardia rispetto ad altri Tribunali amministrativi nell'esigere, per la stesura del calendario venatorio, il rispetto delle indicazioni dell'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.

Auspico la conferma definitiva di questo provvedimento e il pieno allineamento dei futuri calendari con le prescrizioni dell'ISPRA, in modo da evitare il continuo ricorso alla magistratura per salvaguardare le esigenze di tutela della fauna selvatica".

A questo punto il WWF pretende che la Regione Abruzzo e gli ATC mettano in atto tutte le azioni necessarie al fine di informare i cacciatori della situazione determinatasi a seguito della decisione del TAR Abruzzo. Spetta infatti proprio a Regione e ATC impedire, così come stabilito dal giudice amministrativo, l'esercizio della caccia in Abruzzo.

“È ora importante– conclude Claudio Allegrino, coordinatore regionale delle guardie ambientali del WWF - far rispettare quanto disposto dai giudici del TAR.

Almeno a settembre non si potrà andare a caccia. L’azzeramento delle Polizie Provinciali, che si occupavano in maniera specializzata della vigilanza venatoria, rende più difficili i controlli, ma occorrerà accentuare gli sforzi delle altre forze di polizia, a cominciare dal Corpo Forestale dello Stato, e delle guardie volontarie perché venga imposto ovunque in Abruzzo il rispetto della legalità”.

Fonte: http://www.abruzzo24ore.tv/news/Bloccata-la-stagione-di-caccia-in-Abruzzo-il-TAR-accoglie-il-ricorso-del-WWF/175205.htm

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Thu, 14 Sep 2017 09:09:12 +0000
Enpa: «Dopo i roghi, ora la caccia: basta, gli animali sono allo stremo. Necessario rinvio» http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3025-enpa-dopo-i-roghi-ora-la-caccia-basta-gli-animali-sono-allo-stremo-necessario-rinvio http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3025-enpa-dopo-i-roghi-ora-la-caccia-basta-gli-animali-sono-allo-stremo-necessario-rinvio

Caccia RoghiA pochi giorni dall'inizio della stagione di caccia, arriva l'appello degli animalisti e delle associazioni per posticipare almeno, se non sospendere, l'ok alle doppiette. La siccità e i roghi hanno sremato la fauna del nostro paese, spiegano le associazioni, e ora la caccia arriva a dare il colpo di grazia.

I numeri delle tante calamità innaturali che a oggi hanno funestato il nostro Paese sono drammatici. Nel 2017 sono finora andati a fuoco 117.579 ettari di boschi, a fronte dei 38.310 ettari coinvolti in media dalle fiamme ogni anno tra il 2008 e il 2016. «Dall'inizio di luglio a oggi i roghi hanno interessato 100mila ettari di terreno. La settimana peggiore dell'estate è finora quella dal 9 al 15 luglio, con oltre 34mila ettari in fumo. Dall'inizio dell'anno si contano 608 incendi di grandi dimensioni, oltre i 30 ettari - spiega l'Enpa, ente nazionale protezione animali, insieme a Lav, Lipu e Lndc - Il numero è superiore di 3 volte e mezzo rispetto ai 170 incendi verificatisi in media ogni anno tra il 2008 e il 2016. Considerando una presenza media di 400 animali appartenenti ad ogni specie per ettaro, significa che più di 40 milioni di animali selvatici hanno perso la vita direttamente a causa degli incendi. Ai quali bisogna aggiungere le morti per l’assenza di precipitazioni e quelle dovute all’interruzione della catena trofica. Le Regioni maggiormente interessate dagli incendi e dalla siccità, che hanno richiesto lo stato di calamità sono 11: Emilia Romagna, Veneto, Toscana, Marche, Lazio, Molise, Puglia, Calabria, Sicilia, Sardegna e Provincia autonoma di Trento. Nella sola Campania il Parco Nazionale del Vesuvio è andato distrutto dalle fiamme. E ad oggi l’emergenza idrica che ha messo in ginocchio il nostro Paese non accenna a diminuire. Una situazione che continua a provocare gravissime ripercussioni soprattutto all’agricoltura e all’approvvigionamento idrico, attività umane fortemente legate ai cicli della natura, al punto che nei giorni scorsi il Ministro delle Politiche Agricole si è detto pronto ad attivare il Fondo di Solidarietà Nazionale».

«Ma anche per la fauna occorre un piano nazionale speciale, una sorta di “Piano Marshall” - prosegue Enpa -Infatti, per la fauna selvatica si tratta di una vera e propria emergenza, ancor di più alla vigilia dell’apertura della stagione di caccia. 650.000, circa, sono i cacciatori che potrebbero invadere campagne e colline, con un’altra vera e propria “calamità innaturale” fatta di fucili e piombo. Un passatempo esercitato su animali già fortemente stremati, un vero e proprio tiro al bersaglio per esclusivo divertimento. Circa 100 milioni, ordinariamente, si calcolano gli animali destinati a cadere vittime di ogni stagione venatoria. Oltre 6 milioni sono i soli uccelli sterminati ogni anno in Italia dal bracconaggio. E sul fronte Unione Europea al numero 1 è l’Italia per l’estensione del territorio percorso dal fuoco, Italia a lungo nota come maglia nera per il numero di procedure d’infrazione in materia ambientale. 10 sono le impegnative domande che l’Europa ci ha posto con la procedura 6955/14/ENVI, sulla “sostenibilità” (o meglio insostenibilità) dei calendari venatori regionali. 21 sono le prescrizioni dettate dalla procedura Pilot 6730/14/ENVI relativa all’attuazione nel nostro Paese della Direttiva 92/43/CEE sulla conservazione degli Habitat naturali e della flora e fauna selvatica, habitat che troppo spesso versano o sono minacciati dal degrado e dalla distruzione».

«Il 10 agosto abbiamo chiesto al Governo la cancellazione della stagione di caccia – dichiarano ENPA, LAV, LIPU e LNDC– ma a oggi non abbiamo ricevuto alcuna risposta.”

“Siamo nel pieno di un vero e proprio disastro ambientale, che mette a rischio gli equilibri ecologici della fauna e dell’ambiente, con gravi ripercussioni anche sulla nostra vita quotidiana. Per questo motivo è necessario attivare un vero e proprio “piano Marshall” per l’ambiente e la fauna selvatica, una serie di interventi straordinari che consentano di uscire da questa gravissima fase caratterizzata dalle tante calamità innaturali. Come prima cosa chiediamo che il Governo risponda alla nostra richiesta di annullamento della stagione venatoria- concludono le associazioni.”

Fonte: http://www.terranuova.it/News/Attualita/Enpa-Dopo-i-roghi-ora-la-caccia-basta-gli-animali-sono-allo-stremo.-Necessario-rinvio

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Fri, 25 Aug 2017 11:05:12 +0000
Le egagropile: perché anche il dio Poseidone gioca a biglie http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3005-le-egagropile-perche-anche-il-dio-poseidone-gioca-a-biglie http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3005-le-egagropile-perche-anche-il-dio-poseidone-gioca-a-biglie

Posidonia oceanica spheroidPalline pelose. Palline pelose ovunque.
Questo è lo spettacolo che spesso si staglia dinanzi a noi in spiaggia dopo una mareggiata. C’è chi ci gioca, c’è chi le ignora, c’è chi le considera un fastidio, c’è chi le osserva incuriosito…ma in quanti sanno di cosa si tratta realmente?

Nonostante i variopinti ed eterogenei nomi comuni con cui vengono frequentemente chiamate, da “polpette di mare” a “patate di mare”, possano far apparire quasi ridondante il più complesso nome scientifico, la loro corretta dicitura è “egagropile”.
D’altronde anche questo nome non è meno fantasioso di quelli utilizzati dal “grande pubblico”: deriva dal greco αἴγαγρος, “capra selvatica”, e πῖλος, “peli ammassati”…il motivo è abbastanza intuitivo, basta averne vista e maneggiata almeno una.

di Andrea Bonifazi

 

Questa simpatiche palline hanno un’origine vegetale, trattandosi di fibre di Posidonia Oceanica, pianta marina dalle lunghe foglie endemica del Mar Mediterraneo, caratteristica del piano infralitorale.
Sì, si tratta proprio di una pianta, non di un’alga, come è consuetudine pensare: come le sue cugine terrestri, può riprodursi tramite fiori e frutti (questi ultimi simili a olive galleggianti), sebbene sia più frequente ed energicamente più conveniente una riproduzione vegetativa.
Alla base della formazione delle egagropile c’è una notevole complessità di processi fisici e biologici.
Infatti Ecologia Marina, Botanica, Zoologia Marina, Oceanografia Fisica e Geomorfologia sono solo alcune delle discipline scientifiche che possono essere implicate nella loro analisi, ma servirebbe quasi un intero corso di studi per poter comprendere adeguatamente cause e conseguenze della loro presenza sulla battigia.

I processi di formazione implicano necessariamente una serie di condizioni favorevoli: la prima è che, ovviamente, sia presente nelle vicinanze della costa una prateria di Posidonia. Crescendo, tale fanerogama perde le foglie, come la stragrande maggioranza delle piante, e il rizoma ne accumula i residui fibrosi. Questi ultimi, fragili e induriti, vengono erosi dalle correnti marine, che letteralmente li strappano dal fusto, sfibrandoli. Prese in carico dalle correnti e dall’eventuale risacca, dipendente anche dalla morfologia della spiaggia, le fibre vegetali vengono letteralmente appallottolate in un processo continuo: più c’è risacca, più aumentano di dimensioni (in taluni casi assumono anche morfologie più strane e allungate, quasi fusiformi).
Insomma, dei piccoli e naturalissimi gomitoli vegetali.

egagropile2

Molto spesso le troviamo in grandi quantitativi sulla spiaggia dopo una mareggiata in quanto l’elevato idrodinamismo ne velocizza il processo di formazione. Bisogna aggiungere che, seccandosi, diventano quasi impermeabili, quindi molto leggere, tanto da poter galleggiare per diverso tempo, venendo trasportate lontano dalla prateria di origine. Inoltre, accumulando anche un certo quantitativo di materia organica al loro interno, spesso sono “abitate” da piccoli invertebrati, come Isopodi, Anfipodi o Policheti.

Per rendere più intuitivo ed empirico questo trasversale processo, immaginate di strappare della fibra vegetale dal fusto di una palma e di arrotolarla con entrambe le mani: il risultato finale, dopo un po’ di tempo, sarà essenzialmente simile a quello che quotidianamente genera le egagropile.

Una serie di processi naturali, complessi e affascinanti, concorrono quindi alla loro formazione, permettendoci conseguentemente di ricostruire anche le condizioni idrodinamiche a cui è sottoposta una spiaggia e di dedurne la morfologia del fondale. Rappresentano un involontario emblema di come sia fondamentale saper “leggere” intuitivamente la Natura per poterne comprendere anche i più complicati processi.
Un sorta di piccolo laboratorio di Ecologia Marina concentrato in…una palla pelosa!

egagropile3

È bene aggiungere che spesso è possibile osservare in spiaggia anche grossi quantitativi di foglie e rizomi di Posidonia: questi spessi letti vegetali prendono il nome di banquettes e sono importanti da un punto di vista ecologico in quanto sono in grado di sostenere delle vere e proprie comunità costituite perlopiù da piccoli invertebrati marini e terrestri. Quello che spesso viene considerato “degrado” e “sporcizia” è in realtà basilare per la sopravvivenza di moltissime specie, a dimostrazione di come ciò che viene malamente interpretato da un punto di vista antropocentrico sia in realtà importantissimo se considerato in maniera più olistica.

Posidonia oceanica, una pianta che solo nel Mediterraneo abbiamo l’onore di poter ammirare, tanto fondamentale quando è in vita, quanto lo è quando è morta.
Un continuo cerchio della Vita che può essere emblematicamente rappresentato dalle nostre care e sferiche egagropile.

Bibliografia

Kumar A. (2014). Origin and distribution of “Beach Balls” (Egagropili) of Brega, Libya, “Kedron Balls” of New Brunswick, Canada, and Carboniferous “Coal Balls”. Earth Science India, 7 (3): 1-12.

Suaria G., Aliani S. (2014). Floating debris in the Mediterranean Sea. Marine Pollution Bulletin, 86 (1-2): 494-504.

Fonte: http://www.scienze-naturali.it/ambiente-natura/biologia-marina/le-egagropile-perche-anche-il-dio-poseidone-gioca-a-biglie

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Tue, 11 Jul 2017 12:03:49 +0000
Cos'è il Giardiniere Bioetico? http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/2996-cos-e-il-giardiniere-bioetico http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/2996-cos-e-il-giardiniere-bioetico

Il Giardiniere Bioetico è un marchio di qualità ideato da due esperti giardinieri, Simone Fenio e Francisco Merli Panteghini, che hanno deciso anni fa di cambiare profondamente il modo in cui svolgevano la loro professione.

Giardiniere bioetico2

Dice Simone Fenio: "Mi trovavo per l'ennesima volta di fronte ad una pianta che aveva la stessa infezione che aveva preso l'anno prima, e l'anno prima ancora. Realizzai che era inutile correre dietro ai sintomi e "rincorrere" sempre, dovevo trovare il modo per prevenire." Da quel momento di tanti anni fa è partita la sua personale ricerca che lo ha portato verso una nuova concezione del suo mestiere, con l'adozione di concetti metodi presi dall'agricoltura biologica e biodinamica.

La storia di Francisco Merli Panteghini è particolare: ex professore precario d'italiano nelle scuole superiori, con un grande interesse nelle tematiche del risveglio della coscienza e dell'ecologia si trovò, durante una delle pause "imposte", a lavorare per alcuni giorni per una ditta di giardinaggio. Scoprì allora di preferire immensamente quel lavoro all'aria aperta e fece la sua gavetta come giardiniere, per poi riuscire ad interpretare questo lavoro a suo modo, non solo nella maniera più "bio" possibile, ma anche fondandolo su alcuni principi etici fondamentali.

 

L'incontro tra i due avvenne circa due anni fa: Simone vide il sito di Francisco e s'interessò della sua visione. Decisero quindi di conoscersi aiutandosi a vicenda nel lavoro. Quindi Simone andò a lavorare alcuni giorni con Francisco, e viceversa. In questo modo si resero conto non solo di avere una visione comune del proprio lavoro, ma del vantaggio reciproco nel condividere le esperienze e le conoscenze.

Decisero quindi di creare un marchio con cui i professionisti del settore che si identificano con gli stessi principi potessero non solo distinguersi come servizio altamente professionale, ma anche fare rete di expertise e far conoscere ad un pubblico sempre più vasto la possibilità di occuparsi del proprio giardino in maniera più cosciente.

{youtube}pIU9iNwpbY?list=PLNWxABb00SVPF_5fvwbd9hE8Wsqk92gAC{/youtube} 

Giardiniere bioeticoInfatti una delle problematiche fondamentali che sta a cuore ai due fondatori è quella del "giardino asettico": l'utilizzo intensivo di concimi chimici e diserbanti infatti, non solo va ad impoverire progressivamente il terreno, ma riduce anche le possibilità di sopravvivenza di insetti e uccelli la cui presenza favorisce la salute non solo delle piante nel proprio giardino, ma se moltiplicando per tutti i giardini d'Italia (e del mondo) si può vedere chiaramente come un modo diverso d'intendere la salute e la bellezza del proprio giardino possa avere un'influenza grandissima sulla sopravvivenza di ecosistemi ben più grandi. Non solo: spesso si dimentica che nel giardino trattato con agenti chimici, poi i proprietari (e i loro figli) ci devono vivere, e quindi entrare a contatto diretto con, e/o respirare sostanze che spesso sono veri e propri veleni. 

La loro concezione invece, è quella di creare giardini "vivi", che svolgano un ruolo attivo nel mantenimento della propria salute e dell'ecosistema di cui fanno parte.

Ecco le linee guida del giardiniere bioetico, prese dal loro sito:

1.il Giardiniere BioEtico conosce la normativa vigente nel campo della gestione biologica in agricoltura e lo standard BioHabitat

2.il Giardiniere BioEtico propone a tutti i suoi clienti di gestire i propri giardini secondo logiche biologiche

3.il Giardiniere BioEtico sostiene la biodiversità, inserisce piante rustiche e autoctone nelle sue proposte

4.il Giardiniere BioEtico effettua solo potature a regola d'arte, nei tempi e modi adatti a ciascuna specie e allo specifico obiettivo dell'intervento.

5.Il Giardiniere BioEtico Il giardiniere BioEtico® si ripropone di rispettare i cicli naturali delle piante, sia nei modi che nei tempi del suo intervento.

6.il Giardiniere BioEtico mette al bando tutti i prodotti cancerogeni e rischiosi per il ciclo delle acque e gestisce con oculatezza tutte le sostanze sostanze che introduce nei giardini cercando per quanto possibile di prevenire le fitopatologie.

7.il Giardiniere BioEtico rispetta il più possibile la corretta stagionalità dei lavori di manutenzione

8.il Giardiniere BioEtico agisce per la tutela della fauna ed in particolare per evitare danni alle api e agli altri insetti utili, gestendo le popolazioni del giardino con un obiettivo di equilibrio

La fase "ibrida"

Francisco Panteghini spiega che le linee guida non sono "integraliste". Il problema è che quasi tutti i giardini sono stati concepiti in passato senza tenere conto delle logiche di cura naturale, quindi, ad esempio, quasi sempre contengono accostamenti di piante che non vanno bene per la salute complessiva del giardino, che per essere curato in maniera assolutamente naturale avrebbe bisogno di essere concepito come un micro-ecosistema perfettamente compatibile con l'ecosistema più grande del luogo in cui si trova. Quindi a volte è assolutamente necessario ricorrere a metodi meno naturali, perchè non si può "cancellare" il giardino del cliente, se non per sua espressa richiesta. Quello che però si può fare in questi casi è limitare il più possibile l'uso di veleni ed inquinanti e magari concordare con il proprietario una transizione "morbida" verso un giardino sostenibile che col tempo richieda sempre meno sostanze nocive, fino ad arrivare a zero. 

Il loro marchio si sta ora espandendo in molte regioni d'Italia. Per informazioni sul giardiniere bioetico più vicino a te, clicca QUI.

]]>
enricocarotenuto@gmail.com (Enrico Carotenuto) Ecologia Mon, 19 Jun 2017 09:44:02 +0000
Addio parchi italiani http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3017-addio-parchi-italiani http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3017-addio-parchi-italiani

La nuova legge sui parchi affonda quello che resta di un patrimonio che invece mai come ora andrebbe salvaguardato. E si apre la strada ancora di più agli interessi privati. Ancora una decisione in nome e per conto di pochi.

di Martino Danielli

Addio Parchi

Di fronte a un aumento galoppante dell’effetto serra, alla minaccia di estinzione di migliaia di specie animali e vegetali importantissime sia per l’equilibrio di interi habitat sia per il sostentamento umano, quale obiettivo si dovrebbe prefiggere un governo? Il buon senso direbbe un obiettivo di salvaguardia e incremento delle aree protette, di incentivi politici ed economici per la protezione del territorio e degli esseri viventi che lo abitano. E infine un obiettivo culturale per sviluppare nella popolazione e soprattutto nei giovani amore, rispetto e conoscenza della natura.

Ma nel nostro paese sta succedendo esattamente il contrario. Con 249 voti a favore, 115 contrari e 2 astenuti, la Camera dei Deputati ha approvato la nuova legge in materia di parchi ed aree protette. E chi ne è stato informato, se ha a cuore l’ambiente, ha fatto davvero fatica a non cadere nello sconforto.

La nuova legge è un’accozzaglia di concessioni e favoritismi nei confronti dei privati, di lobbies potenti come i cacciatori, di categorie come gli agricoltori. La politica entra a gamba tesa nella gestione dei parchi e lo fa come una ruspa in una foresta vergine, con protervia e ignoranza e con l’unico obiettivo di favorire interessi economici e speculazioni.

Ma vediamo nel dettaglio cosa comporta questa legge e perché ha fatto levare un coro di proteste da parte di tutte le associazioni ambientaliste.

In primo luogo, a chi governerà i parchi, ovvero i presidenti e i direttori, non sarà più richiesta alcuna competenza scientifica e i presidenti saranno nominati dal ministro e dalle Regioni, cioè dai politici; nei consigli direttivi dei parchi la metà dei membri sarà scelta dalle amministrazioni comunali, un quarto sarà composto di sindaci, ma ci sarà posto anche per gli agricoltori.

Si apre la strada a interessi economici privati, interessi politici e clientelistici (d’altra parte si dichiara che questa riforma è fatta per lo sviluppo economico), alle ditte del legname e all’industria del turismo.

Viene scardinata l’idea che un’area naturale protetta sia prima di tutto necessaria alla salvaguardia dell’ambiente, a preservare il futuro di un territorio, oltre che il presente. Passa l’idea che l’economia e il profitto siano l’unico obiettivo e metro di giudizio nei riguardi della natura.

Il mondo scientifico viene emarginato nella gestione dei parchi, e anche il mondo ambientalista è messo in un angolo, a favore di categorie politiche ed economiche. Si apre la strada a possibili trivellazioni ed estrazioni petrolifere, si potrà inquinare pagando delle royalties, si apre alle attività di caccia col pretesto del controllo degli ungulati, con le conseguenze di disturbo, danneggiamento e migrazione di altre specie anche rare e protette.

Una serie di vergognose scelte difese con assoluta facciatosta da voltagabbana dell’ambientalismo come Ermete Realacci, che da presidente di Legambiente è passato armi e bagagli al carrozzone politico e riesce a elogiare con accanimento una legge “mostro” inqualificabile.

Tale legge, tra l’altro, considera marginali le aree marine protette, privandole dei fondi e delle organizzazioni che spettano ai parchi naturali.

C’è poi la questione del delta del Po, da anni tema di proteste e proposte per realizzare un parco nazionale. Un’area che l’UNESCO ha dichiarato area prioritaria, che rientra nella Convenzione di Ramsar sugli uccelli migratori, e che ora è spezzettata in tre provincie con diverse concezioni e gestioni.

Questa legge-pastrocchio indecente ha fatto infuriare il WWF Italia, che parla di aree naturali protette “usate come merce di scambio da mettere in mano ai poteri di parte e locali, invece che un bene comune che appartiene ai cittadini”, e rincara la dose dichiarando “La Camera ha portato indietro di 40 anni la legislazione di salvaguardia della natura”.

Anche la LIPU parla di “mortificazione di una legge storica fondamentale per la conservazione della natura in Italia, e una delle pagine più grigie della legislazione ambientale italiana”.

Ecco dunque le disastrose decisioni prese dal nostro governo e avvallate da una parte dell’opposizione. Le ricadute ambientali, sociali e anche economiche potrebbero essere devastanti ma, per avvantaggiare interessi economici privati, si buttano alle ortiche i nostri beni più preziosi. Beni che non appartengono solo a noi ma anche alle generazioni future e che con questa legge saranno invece compromessi.

Ancora una volta una decisione politica antipopolare e che distrugge il patrimonio e l’immagine dell’Italia.

 

Fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/addio-parchi-italiani

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Mon, 14 Aug 2017 08:22:28 +0000
Il Vesuvio continua a bruciare - scoperti inneschi dolosi http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3006-il-vesuvio-continua-a-bruciare-scoperti-inneschi-dolosi http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3006-il-vesuvio-continua-a-bruciare-scoperti-inneschi-dolosi

incendio vesuvio notteAlba giallastra e aria irrespirabile, uno scenario apocalittico: gli incendi sul Vesuvio iniziati la mattina dell'11 luglio sono continuati per tutta la notte e hanno illuminato tragicamente la notte dei residenti alle falde del Vulcano, stamane avvolti dal fumo denso che intanto da Caserta ad Avellino fino a Napoli si è posato su gran parte della Campania.

La situazione aggiornata dei roghi è ancora drammatica. I focolai si sono estesi e nonostante il lavoro incessante dei Vigili del Fuoco e della Protezione Civile il fronte delle fiamme ha continuato a mangiare vegetazione vesuviana per tutta la notte, incenerendo qualsiasi cosa trovasse sul suo cammino. Dalla Costiera Sorrentina era più evidente, stanotte, il dramma: fiamme non solo 'davanti', ovvero dal Vesuvio visto verso Napoli ma anche dietro. Sette, otto focolai e altrettanti inneschi dolosi trovati dai pompieri. Una o più mani criminali hanno devastasto il Parco Nazionale (ecco perchè), la magistratura di Torre Annunziata ha aperto un fascicolo contro ignoti.

Così le fiamme hanno divorato il vulcano in poche ore

{youtube}m9WDWEWCTBc{/youtube}

Torre del Greco, Ottaviano, Trecase, Terzigno, Ercolano, San Giuseppe Vesuviano, Boscotrecase, Torre Annunziata, sono i comuni che più subiscono i disagi connessi ai roghi: fumo, in alcune casi evacuazioni di alloggi o strutture ricettive per l'incombere del fuoco. I Canadair hanno continuato il lavoro di spegnimento ma le operazioni di terra dovrebbero avere un impulso stamane a partire dall'alba. E ovviamente si spera che il meteo faccia la sua parte: per domani, giovedì 13, è prevista un po' di pioggia.

Fonte: http://napoli.fanpage.it/incendio-sul-vesuvio-2017-aggiornamenti/

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Wed, 12 Jul 2017 07:06:22 +0000
Centrali nucleari europee: catorci atomici http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/2986-centrali-nucleari-europee-catorci-atomici http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/2986-centrali-nucleari-europee-catorci-atomici

Scrive Dario Tamburrano, vicepresidente dell’Intergruppo del Parlamento Europeo “Common Goods and Public Services”: «Le centrali nucleari dell’UE hanno un’età media di 30,6 anni. Praticamente, sono dei catorci atomici che vengono mantenuti accesi alla faccia del buonsenso».

reattori

Riprendiamo l'intervento di Dario Tamburrano, vicepresidente dell’Intergruppo del Parlamento Europeo “Common Goods and Public Services”, comparso QUI

Questo dato e quelli seguenti, salvo se diversamente indicato, sono tratti da “The world nuclear industry status report” redatto nel 2015 da esperti indipendenti. Valgono le considerazioni che faceva Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace ed ex ricercatore dell’Enea, all’indomani di Fukushima:  più un reattore nucleare è vecchio, più è distante dagli standard di sicurezza attuali. E a proposito di Fukushima: le migliaia e migliaia di crepe nei reattori nucleari del Belgio sono state scoperte durante i controlli effettuati in seguito all’incidente nucleare in Giappone. Eppure quei reattori (insieme ad altri decisamente stagionati) sono stati recentemente riaccesi. E’ proprio il caso di dire che da Fukushima l’UE non ha imparato nulla, per parafrasare il titolo del convegno cui abbiamo partecipato la scorsa settimana a Bruxelles e contemporaneamente riassumere tutti i discorsi.

Il grafico qui sotto mostra l’età dei 128 reattori nucleari in funzione nell’UE. Come quelli seguenti, fotografa la situazione al mese di luglio del 2015.

Anni 60 e 70 ed una grande negli Anni 80, che ha interessato soprattutto la Francia. Attorno al 1990, oltre al picco dei reattori, si è registrata la svolta: i reattori sono stati più spesso spenti che inaugurati.

reattori1

I 128 reattori accesi nell’UE costituiscono circa un terzo di quelli attivi in tutto il mondo. Ecco la loro distribuzione per classi di età

reattori2

Ci sono state tre “ondate” di costruzione di centrali nucleari: due piccole negli Anni 60 e 70 ed una grande negli Anni 80, che ha interessato soprattutto la Francia. Attorno al 1990, oltre al picco dei reattori, si è registrata la svolta: i reattori sono stati più spesso spenti che inaugurati.

reattori3

reattori4

L’85% dei reattori nucleari europei è concentrato in otto Paesi dell’Europa occidentale; solo 19 reattori sono distribuiti fra gli Stati che facevano parte dei satelliti URSS e che recentemente sono entrati nell’UE. La cartina che mostra la loro distribuzione nello spazio è stata pubblicata dall’European Nuclear Society.

reattori5

Sarebbe saggio spegnere i 128 catorci atomici dell’UE. Ma l’atomo è una maledizione che si proietta sempre nel futuro: secondo un documento di lavoro della Commissione Europea visto dalla prestigiosa agenzia di stampa Reuters all’inizio di febbraio, per smantellare il vetusto parco nucleare e per gestire le scorie servirebbero 286 miliardi di euro. Attualmente, per coprire questi costi, sono disponibili solo 105,1 miliardi di euro. Mancano 118 miliardi. Bisognerà pur trovarli e imparare la lezione: mai spendere un centesimo per il nucleare, che – oltre ad essere pericoloso – inghiotte soldi come una voragine senza fondo. Al momento sembra che l’UE – come non ha imparato da Fukushima – non voglia imparare nemmeno questa lezione e tende a considerare praticabile la costruzione di nuove centrali. Ma è un’altra storia. Cercheremo di raccontarla nel giro di pochi giorni.

Fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/centrali-nucleari-europee-catorci-atomici

 

 

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Sat, 10 Jun 2017 09:41:23 +0000
Consumo di suolo, quanto costa ai cittadini? http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/2979-consumo-di-suolo-quanto-costa-ai-cittadini http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/2979-consumo-di-suolo-quanto-costa-ai-cittadini

Consumo di suoloAncora una volta l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) denuncia l’avanzata del consumo di suolo in Italia e le sue conseguenze sull’ambiente e sulle tasche di noi cittadini. Questa volta è avvenuto grazie a una iniziativa promossa dal M5s e svoltasi a Roma lunedì 29 maggio.

Nel convegno l’Istituto ha presentato uno studio in applicazione del rapporto Ispra 2016 Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici (nell’ambito del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente) di cui parlai in un precedente articolo.

Cosa sono i servizi ecosistemici? Sono delle vere e proprie ricchezze che consentono all’uomo di vivere: stoccaggio e sequestro del carbonio, qualità degli habitat, produzione agricola, produzione legnosa, purificazione dell’acqua, protezione dall’erosione, impollinazione, regolazione del microclima, infiltrazione dell’acqua, rimozione di particolato e ozono. Ricchezze che si perdono quando il suolo viene cementificato o asfaltato, cioè quando perde la sua naturalità. E siccome nella nostra società tutto ha un prezzo, l’Ispra ha adottato altresì un criterio per quantificare in termini monetari il danno che i cittadini subiscono a seguito di questa avanzante perdita di suolo. Perché il consumo di suolo avanza, seppur rallentato, ma avanza.

di Fabio Balocco

Questo studio è stato applicato adesso dall’Ispra al caso Roma, ipotizzando che nella capitale continui l’erosione di suolo fertile che è avvenuta fino a oggi grazie a un piano regolatore generale (Prg) volto a soddisfare interessi privatistici e a rimpinguare le casse comunali attraverso imposte e oneri di urbanizzazione invece di salvaguardare il bene comune.

E lo scenario previsto fino al 2030 con il trend attuale è per lo meno fosco: se già oggi risultano coperti artificialmente 31.594 ettari di suolo (pari al 24,58% del territorio comunale) la previsione al 2030 è di 33.959 ettari (26,42%). La conseguente stima della perdita economica rappresentata da questo consumo di suolo (dal 2012 al 2030), considerando i costi necessari per sostituire quello che il suolo naturale ci fornisce gratuitamente varia da un minimo di 107 a un massimo di 140 milioni di euro l’anno.

Da ambientalista potrei aggiungere che lo studio non valuta un altro aspetto, che è la perdita di naturalità del paesaggio e le sue conseguenze sulla qualità della vita. Difendere il territorio per salvare la psiche. Da rilevare che da questo studio nasce uno strumento che potrà essere al servizio di cittadini e amministrazioni per lavorare meglio alla pianificazione e considerare appunto tra i parametri di valutazione anche i servizi ecosistemici.

Questa la dichiarazione rilasciata dall’onorevole Massimo De Rosa al termine del convegno: “Finora abbiamo affrontato le questioni legate al consumo di suolo, attraverso un ambientalismo generico. Le singole amministrazioni hanno sempre ragionato in termini legati al guadagno immediato di comuni e costruttori. È il momento di cominciare ad affrontare il tema attraverso un approccio sistemico. I dati mostrati oggi evidenziano, ancora una volta, il rapporto diretto fra ambiente, territorio e salute”.

Inutile dire che ora che il Movimento governa in alcune città, Roma compresa, ci attendiamo che si passi dalle enunciazioni ai fatti concreti (non ci sentiamo di sposare in toto l'ottimismo dell'autore - nota di CIR). A margine è il caso di notare come l’Ispra sia un ente di ricerca che opera al servizio del Ministero dell’Ambiente. Ma il governo pare non farsene un granché degli studi che esso produce. Ma atteniamoci ai fatti. Quello che un tempo era il ddl Catania sul contenimento del consumo di suolo è stato stravolto e dorme in parlamento. In compenso si va verso l’approvazione del ddl Falanga che certifica l’abusivismo edilizio di necessità.

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/01/consumo-di-suolo-quanto-costa-ai-cittadini/3625053/

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Fri, 02 Jun 2017 16:11:30 +0000
Più morti che in guerra - Parte 2 http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/2967-piu-morti-che-in-guerra-parte-2 http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/2967-piu-morti-che-in-guerra-parte-2

Aspo7Scusate. Ci siamo sbagliati. Bruciare la legna non va bene per i nostri polmoni.

E anche allevare così gli animali. E acquistare auto diesel.

Di Dario Faccini

Questa è la seconda parte di un articolo in cui, nella prima parte, abbiamo già visto che i problemi dell’inquinamento in Italia hanno tre nomi: trafficobiomasse e agricoltura.

Entriamo nei tre problemi, vediamo, tra le altre cose, anche quanti km deve percorrere un’auto a benzina per inquinare quanto una stufa a legna o un animale da allevamento.

STRATEGIA FUORISTRADA

Per il traffico veicolare qualcosa si è fatto, grazie all’Unione Europea. Con le limitazioni alle emissioni veicolari rappresentate dagli standard EURO, si è abbassato sia il particolato che gli ossidi di azoto emessi, soprattutto per i motori a benzina. Per i motori diesel, alla luce dei recenti scandali sull’alterazione dei test di aderenza agli standard EURO, invece si è fatto molto meno, come si può apprezzare nella figura seguente.

Aspo8

Confronto tra emissioni reali e limiti degli standard EURO per gli Ossidi di Azoto, per i motori a benzina e diesel. Fonte: vedi nota [2] nell’articolo precedente.

La situazione è ancora meno rosea considerando che il mercato dei trasporti è stato lasciato libero di spostarsi verso il diesel, che nel 2000 in Italia rappresentava il 51% dei consumi petroliferi su strada e nel 2014 il 72% (considerando solo benzina e gasolio, senza il GPL) [9, pag 72]. Ecco perché è troppo poco. Anche se un effetto sulle emissioni di particolato primario c’è stato (vedi grafico seguente).

Aspo9

Per l’Italia, storico delle emissioni PM2,5 (solo particolato primario) del trasporto su strada secondo modelli di reale utilizzo (auto, moto, furgoni, camion, usura dei pneumatici ma manca quella dell’asfalto), in blu, e degli impianti stazionari a servizio del settore residenziale, in rosso. La serie relativa al settore residenziale è stata ricalcolata nel 2016 in seguito alla scoperta di gravi sottostime nel consumo di biomasse, che rappresentano il 99% delle emissioni di questo settore. Fonte: rielaborazione dell’autore su dati [10] (aggregazione settori da 1A3bi a 1A3bvii, e 1A4bi).

Per agire ulteriormente sui trasporti c’è praticamente solo una strada: in prima istanza l’abbandono del dieselche sembra già iniziato, e successivamente quello della mobilità privata a favore di quella pubblica. Sulla possibilità di sostituire tutti i veicoli ora in circolazione con mezzi elettrici, ne parleremo in un altro post, per ora basti dire che avrebbe effetti ed impatti non sostenibili.

 

CHILOMETRI IN FUMO

Per legna e pellet invece si può affermare con certezza che non solo nulla è stato fatto, ma anzi si sta aggravando il problema. A dimostrazione si osservi il grafico precedente, in cui le emissioni dirette di PM2,5 delle biomasse dal settore residenziale (camini, stufe e caldaie) sono largamente superiori a quello del traffico, e sono cresciute moltissimo negli ultimi 10 anni.

Per farci un’idea, cerchiamo di capire quanto inquinano i vari impianti di riscaldamento rispetto ad un’auto. Ad esempio, cerchiamo di capire quanti km deve fare un’auto a benzina per inquinare quanto una stufa a legna (utilizzata per un anno).

Prendiamo allora per riferimento un appartamento di 70mq, in classe E (consumo di 100kWh/mq/a) ed osserviamo quanto inquinerebbe ogni diverso combustibile per riscaldarlo per un anno intero. Stiamo parlando di un consumo di legna pari a 40 quintali l’anno, o 32 quintali di pellet. Come inquinante prendiamo sempre il particolato, frazione PM10, considerando sia quello primario che secondario (derivato da ossidi azoto, ammoniaca e ossidi zolfo). Questo approccio, ha il vantaggio di rendere intuitivo l’inquinamento prodotto e di aggregare tutti i principali inquinanti. Introduce però alcune imprecisioni, che sono in parte compensate e comunque sempre in senso molto conservativo, vedere nota [13].

Aspo10

Inquinamento in particolato primario e secondario prodotto ogni anno da vari impianti di riscaldamento, per riscaldare un appartamento di 70mq in classe E. L’inquinamento è espresso nei km percorsi da un’auto a benzina “media” per il parco italiano. Si leggano la note [13] [14] per le fonti utilizzate e le ipotesi di carattere conservativo introdotte.

A parte la follia di usare ancora nel XXI secolo un camino aperto, si osserva come l’uso della Legna produce sempre un inquinamento pari ad un’auto a benzina che gira intorno all’abitazione, per tutto l’inverno, percorrendo oltre 40.000km!

Un poco meglio va con l’uso del pellet, che comunque quando sostituisce una precedente caldaia a Metano o, addirittura, a Gasolio, in questo confronto aumenta le emissioni di ben  20.000km ‘percorsi’.

Ecco perché, nonostante i miglioramenti tecnologici nella combustione delle biomasse su piccola scala, le emissioni in questo settore continuano ad aumentarevengono sostituiti combustibili più puliti (benché non rinnovabili).

L’effetto di sostituzione si può apprezzare nel grafico seguente, in cui si può osservare il calo continuo dei  combustibili liquidi a favore delle biomasse. [16]

Aspo11

 

Storico dei consumi in proporzione sul totale, di ogni classe di combustibile nel settore residenziale. Anno di riferimento 2014. Fonte: Rielaborazione autore su dati ISPRA [10].

La motivazione di questo cambiamento sembra essere principalmente di ordine estetico ed economico, cui spesso non è assente un messaggio ecologista: la Legna spesso non paga l’IVA (perché di autoproduzione, o perché viene evasa) che comunque è agevolata al 10%, e insieme al Pellet non paga nessuna accisa. Purtroppo si confonde spesso il concetto di combustibile “rinnovabile” con quello di “pulito”. 

In questo le autorità stanno facendo bel poco. Le più attente, hanno messo prima dei limiti minimi di efficienza agli apparecchi a biomasse, poi hanno introdotto una classificazione sulle emissioni, che però diventa veramente stringente in realtà solo quando i limiti di qualità dell’aria sono già stati superati. Nel frattempo, mentre i decisori politici si rifiutano di prendere azioni di contenimento, l’Italia detiene il record mondiale di importazioni di legna da ardere (con tutti i problemi connessi di impatto ambientale ed energetico dovuti ai trasporti), e quello europeo per il consumo di pellet (85% importato).

Eppure basterebbe così poco. Sarebbe sufficiente imporre l’obbligo di rottamare una vecchia stufa a legna prima di procedere all’installazione di una nuova di ultima generazione. Il bilancio sulle emissioni sarebbe così positivo e l’indotto sarebbe salvaguardato.

UN MONDO DI LETAME

Per ultimo trattiamo il mondo dell’agricoltura e degli allevamenti, che abbiamo visto in Italia producono il 96% di tutta l’ammoniaca(NH3) nell’aria, un inquinante che insieme ad altri produce il pericoloso particolato secondario (smog).

Partiamo da un dato: metà delle emissioni provengono dalla gestione, nei ricoveri, delle deiezioni degli animali da allevamento, mentre quasi l’altra metà proviene dalla fertilizzazione dei campi con letami e concimi inorganici. In pratica, oltre il 70% delle emissioni di NH3 è imputabile agli animali da allevamento (bovini, suini, pollame) sotto forma di gestione delle loro urine e feci.

Aspo12

Ripartizione emissioni di ammoniaca dal settore agricolo/zootecnico. Legenda: 3B-Gestione dei Letami nei ricoveri e stoccaggi degli allevamenti; 3D-Fertilizzazione dei terreni. Fonte: [9, pag 116].

Per capire l’entità del problema, come già visto per le stufe a legna, vediamo quanti km deve percorrere un auto a benzina per inquinare quanto un animale da allevamento, in termini di emissioni PM10(I+II). In questo caso la stima è meno robusta, ma dovrebbe essere ancora conservativa, vedere note [13], [14] e [17].

Aspo13

Emissioni di particolato (quasi totalmente secondario), espresso  “in chilometri percorsi da un’auto a benzina”, prodotto da vari animali da allevamento. Sono separati due contributi: le emissioni delle deiezioni degli animali nei ricoveri e negli stoccaggi, e lo spargimento nei campi. Anno di riferimento: 2014. Per fonti e metodologia impiegata, vedere note [13], [14] e [17].

Scopriamo così che ogni bovino da latte inquina in inverno come un’auto a benzina che percorra 55.000 km. Se consideriamo che in Italia nel 2014 avevamo 1.800.000 bovini da latte e il doppio da carne, a livello di inquinamento sanitario è come se ci fossero circa altri 20 milioni di vetture a benzina [18]. Questo senza contare i suini, il pollame e gli altri animali (equini, ovini, bufale,…).

Ma com’è possibile che gli allevamenti inquinino così tanto? La risposta è semplice: in natura, gli stessi animali che alleviamo, non sarebbero né così numerosi, né così ipernutriti.

L’aspetto veramente interessante, è che delle azioni mirate nel settore agrozootecnico non avrebbero benefici solo sull’emissioni di Ammoniaca/Particolato, ma anche su quelle climalteranti (es. metano), sulla sostenibilità ecologica (minor uso dei fertilizzanti, riduzione eutrofizzazione delle acque), energetica e sanitaria(obesità).

Le strategie per ridurre questi impatti potrebbero essere allora di tre tipi:

  1. La spinta ad un cambiamento nei consumi alimentari, che riduca il consumo di proteine animali, salvaguardando la sostenibilità, la profittabilità(aumento dei prezzi delle carni) e la qualità del settore zootecnico. Un’idea su tutte: marchi di qualità che garantiscano al consumatore la sostenibilità a tutto tondo degli allevamenti, invece che la mera provenienza geografica. Anche perché comunque il settore zootecnico è in una crisi che va gestita: nel periodo 1990-2013 si è avuto un calo del 15% delle emissioni di ammoniaca principalmente dovuto alla riduzione del numero di capi allevati.
  2. La riduzione della sovralimentazione proteica negli allevamenti, che si riflette ora in un eccesso di ammoniaca che viene espulso tramite le deiezioni. Togliere, dalla dieta, l’1% in proteine, permette di ridurre le emissioni del 10%.
  3. Tecniche avanzate di gestione dei liquami e letami in azienda (acidificazione, copertura vasche di stoccaggio,…) e durante lo spandimento dei concimi nei campi per la fertilizzazione (iniezione, interramento). Le possibilità di abbattimento sono molte. L’adozione di BAT (Migliori Tecnologie a Disposizione) ha permesso alla Danimarca di ridurre, nel giro di 20 anni, del 40% le emissioni di ammoniaca del comparto agricolo.

In Italia, al momento, la riduzione delle emissioni di ammoniaca fissate in sede UE al 2030 sono del 14% (rispetto al 2005). Un obiettivo che, per riuscire a definire ambizioso, serve una spiccata fantasia.

L’ultima parte di questa serie di articoli verte sulle azioni contro l’inquinamento che possono essere intraprese da ciascuno di noi.

Note

[9] ISPRA, National Inventory Report 2016

[10] ISPRA, Serie storiche delle emissioni di gas serra 1990-2014, 2016, foglio excel

[11] ISPRA, Banca dati dei fattori di emissione medi del trasporto stradale in Italia, foglio excel

[12] de Leeuw, (2002), A set of emission indicators for long-range transboundary air pollution, Environmental Science & Policy, Volume 5, Issue 2, April 2002, Pages 135-145.

[13] La valutazione dell’impatto in termini di particolato totale (I+II) degli impianti di riscaldamento e dei letami prodotti dagli animali richiede il calcolo del particolato secondario a partire dalle emissioni di altri inquinanti primari (NOx, SOx e NH3). Per un certo periodo l’Agenzia Europea per l’Ambiente ha fatto sua la possibilità di calcolare con un modello lineare questo contributo, seguendo l’approccio e i fattori di aggregazione inizialmente descritti in [12], poi a quanto pare riducendoli di entità secondo quanto affermato in un documento ARPA Lombardia, sino ad abbandonarne l’approccio. In realtà la complessità delle reazioni che portano alla formazione del particolato primario non permette di applicare ovunque un modello lineare, come ad es. nella Pianura Padana, vedere ad es. l’opinione del Prof. Caserini. La giustificazione dell’utilizzo del modello lineare in questo approccio è esposta qui di seguito. In pratica in questa sede si utilizza l’inquinamento di particolato totale (quindi anche secondario, calcolato con il modello lineare menzionato) di un’autovettura media a benzina, come riferimento per valutare le emissioni di impianti di riscaldamento (con una forte componente di particolato primario) e animali (quasi completamento di particolato secondario derivante dalle grandi quantità di NH3 emesse dai letami). Nella valutazione delle biomasse, siccome l’approccio lineare di calcolo del particolato secondario a partire dagli ossidi di azoto sembra fornire un valore sovrastimato, ed essendo con questo approccio la sovrastima posta al denominatore (l’emissione dell’auto media a benzina risulta essere composta per quasi l’80% da particolato secondario derivante da NOx), allora l’approccio risulta impreciso per difetto e non per eccesso, per quanto riguarda le biomasse. Nella valutazione invece delle emissioni di origine animale, la situazione è diversa, perché anche il numeratore dipende largamente dalle emissioni di particolato secondario dovute all’NH3, quindi potenzialmente imprecise per quanto già detto. Va comunque osservato che questo approccio permette almeno la compensazione di un’eventuale sovrastima del particolato prodotto da NH3. In secondo luogo tra i fattori di aggregazione descritti in [12] e quelli citati nel documento Arpa già menzionato, si sono scelti quest’ultimi, in quanto alla prova dei fatti si sono visti fornire stime più conservative. Tutto ciò considerato, questo approccio per le emissioni di origine animali dovrebbe essere in grado di migliorare la precisione del modello lineare su cui poggia, che , nonostante le imprecisioni che contiene, è al momento l’unico in grado di fornire una qualche stima indicativa del fenomeno in oggetto (almeno per quanto è riuscito a scoprire l’autore).

[14] Le emissioni in PM10(I+II) di un’auto a benzina “media” sono state prese da [11, foglio 1], considerando PM10, NOx, SO2, NH3 con i fattori di aggregazione indicati in [13] (1; 0,7; 0,5; 0,4)). Il valore stimato è di 0,1515 g/km (circa l’80% è prodotto a partire dagli ossidi di azoto). Le emissioni degli impianti di riscaldamento in grammi di inquinanti per GJ di combustibile sono state prese da [15a] per PM10 e NOx in cui sono riportati valori misurati in condizioni reali di utilizzo e non di prove di riferimento per certificazioni/aderenze a standard. La scelta è ovvia: in condizioni di funzionamento nominale le emissioni sono spesso minime, mentre nella realtà le modalità di utilizzo, di pulizia della canna fumaria, di gestione dell’aria (per i modelli manuali), di pezzatura, umidità e tipo di legna possono aumentare enormemente le emissioni. Invece per l’SO2 sono stati presi da [15b].Per rimanere conservativi si è deciso di utilizzare un fattore di rendimento medio stagionale per l’impianto pari a al 90%, facilmente oltrepassabile da impianti a combustibile gassoso o liquido, ma non altrettanto da quelli a biomasse, che risultano così meno inquinanti in questa valutazione.

[15a] Caserini et al.,FATTORI DI EMISSIONE DALLA COMBUSTIONE DI LEGNA E PELLET IN PICCOLI APPARECCHI DOMESTICI, 2014

[15b] Stefano Caserini, Aria Pulita, 2013, Mondadori Bruno.

[16] Si osservi a tal proposito che l’abbandono dell’olio combustibile nel settore residenziale, vietato a partire dal 2006, quando ormai pesava per meno del 4% sulla frazione di combustibili liquidi impiegati nel settore civile(Dati Bilancio Energetico Nazionale 2006), non può essere ritenuto responsabile, se non in minima parte, dell’avanzata delle biomasse a scapito dei combustibili liquidi.

[17] Per la componente “gestione letami” sono considerate le emissioni di PM10 primario(poche) e NH3(molte) del settore 3B1a+3B1b, 3B3, 3B4gi, 3B4gii di [10] per il 2014. Sempre in [10] sono presi i fattori di attività relativa (numeri capi). Le emissioni di NH3 sono trasformate in ‘possibile’ PM10 secondario con il fattore di conversione 0,64 secondo [12]. Per la gestione dei letami sono stati presi da [9, pag 121] gli emission factors di NH3 per “Land spreading”, poi trasformati in PM10 secondario sempre usando 0,64. La conversione in km percorsi da un’auto a benzina media sono stati svolti analogamente a quanto già visto per gli impianti di riscaldamento. Si osservi che, diversamente dall’attività svolta dagli impianti di riscaldamento che è concentrata in inverno e le cui emissioni di PM10 sono composte per lo più da particolato primario, quelle degli animali sono distribuite lungo tutto l’anno con variazioni stagionali. E’ stata allora necessaria una correzione stagionale per l’NH3 che ha considerato solo le emissioni dei mesi di novembre, dicembre, gennaio, febbraio e marzo (mesi freddi, in cui ha senso considerare la formazione di particolato secondario), con un profilo di emissione preso da (TNO Report, Description of current temporal emission patterns and sensitivity of predicted AQ for temporal emission patterns, Dec 2011). Il possibile particolato secondario risulta così ridimensionato di 5/12.

[18] Conto spannometrico: considerando gli 11.000 km percorsi in media da un’auto in Italia, un bovino da latte ‘pesa’ come 5 auto, uno da carne come 2,5.

Fonte: https://aspoitalia.wordpress.com/2017/02/11/quanti-chilometri-fai-con-una-stufa-o-una-mucca/

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Thu, 18 May 2017 09:02:10 +0000